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TEATRO OLISTICO

di Satyamo Hernandez

Il mio approccio al teatro è olistico. Il teatro ha l'obbligo di creare spazi-laboratori-templi dove l'essere umano viene svelato a se stesso.

Ha il compito di cercare i segreti della condizione umana, e di scoprire i tratti da far percorrere alla collettività che lo circonda, allo spettatore, all'altro. L'artista è colui che si sente chiamato a condividere il proprio viaggio interiore, ed è in continua ricerca di quello specchio che gli permetta di trasportare il macrocosmo nel microcosmo. L'artista è lo speleologo dell'essere... esiste in ognuno di noi ed è nostro sacro dovere cercare di svegliarlo e di farlo vivere. Poter esprimere liberamente i segreti che sono dentro di noi significa portare alla luce l'uomo nella sua multi-dimensionalità, rompendo le barriere che ci tengono separati l'uno dall'altro... che ci tengono separati da noi stessi.

Cerco un teatro essenziale. Un teatro che esca dal salotto, un teatro che scenda dagli scaffali polverosi dell'intelletto, un teatro che connetta di nuovo, ed in maniera olistica, con lo spettatore, un teatro catalizzatore di un processo profondo di consapevolezza e di trasformazione. Il teatro è il laboratorio della nostra esistenza, dove essa viene vista, vissuta, esplorata, ricercata, analizzata, sezionata, sperimentata, esorcizzata, ipotizzata, curata, trascesa, sofferta, gioita, comicizzata, sacralizzata, discacralizzata, mistificata, demonizzata, festeggiata, teorizzata, amata, odiata, meditata, celebrata e trasformata.

Cerco un teatro in cui l'attore non rappresenti più un ruolo, ma percorra un processo vivo, coinvolto in una vera ricerca, come nel caso di un tuffatore quando si lancia dal trampolino: la verità della sua caduta libera è indiscutibile ed onnipresente, e rende ogni sua contorsione acrobatica stupefacente, che ci lascia a mozzafiato.

Cerco un teatro con un significato che vada oltre al solito solletichio mentale/emozionale del teatro d'oggi, così pieno di parole e gestualità ma così scarno di vissuto e di vero.

Non a caso il teatro oggi è così poco seguito.

Nell'antica Grecia l'intera comunità si radunava nell'anfiteatro poco prima dell'alba. Si portavano da bere, da mangiare, e con i primi raggi di luce iniziavano gli spettacoli che andavano avanti fino al calar del sole. Durante l'arco della giornata gli spettatori vivevano un susseguirsi di stati d'anima: venivano trasportati dalle tragedie con i profondi rimorsi, le paure, le tristezze, i terrori, le mistificazioni davanti ai misteri dell'esistenza, con le tensioni esistenziali davanti alle leggi degli dei contrapposte alle esigenze umane; ridevano con le commedie, per le comiche tensioni esistenziali vissute dal povero uomo davanti alle leggi assurde e contraddittorie degli dei che si prendevano gioco di lui, o per le fissazioni psicologiche, psicosomatiche, psicotiche: attraverso le situazioni più disparate, ridicole, paradossali, alla fine, come davanti ad un grande specchio, lo spettatore si ricordava che, in verità, egli ride di se stesso; si divertivano con le satire, che analizzavano con occhi critici e dissacratori le problematiche sociali, le leggi, le amministrazioni, i personaggi di potere, di spicco, le varie correnti filosofiche, i pettegolezzi mondani.

Poi, il culmine di tutta la giornata era la catharsis collettiva: le tensioni maturate, le emozioni esposte, vissute insieme agli attori, lasciavano il posto alle lacrime, alle risate, ai sospiri, creando un momento di purificazione e di grande pulizia interiore, dove l'uomo faceva pace con se stesso, con l'esistenza, e con il buio ignoto oltre l'orizzonte.

Il teatro deve tornare ad essere il tempio-laboratorio della collettività. Deve essere uno strumento di invocazione per portare alla luce le forze nascoste che giocano con le nostre vite, che risiedono alla base dei nostri giochi psicologici, che tingono la realtà attorno a noi facendoci vedere il su per il giù ed il bianco per il nero, che rendono misterioso l'uomo alla donna e la donna all'uomo, che ci fanno commettere gli stessi errori ripetutamente, o credere di essere meglio o diversi dal nostro vicino, che ci fanno essere ciechi verso noi stessi, o credere di essere nel giusto... queste forze nascoste dell'era che fu spariranno come tante ombre, rendendo l' uomo libero di entrare finalmente nell' Età dell'Acquario.

Qualche appunto riguardo il training dell'artista teatrale.

Qui troverete in sintesi qualche tappa riguardo al training dell'attore che farà parte del programma della Scuola di Teatro all'Istituto d'Arte e Creatività, al Villaggio Globale di Bagni di Lucca.

Cercare il centro. La Piramide.

Sviluppiamo una percezione chiara e concreta del punto centrale dentro di noi che resta sempre in contatto ed in equilibrio con l'attrazione gravitazionale terrestre. Mentre il nostro corpo si muove attraverso lo spazio, diventiamo sempre più consapevoli di un filo a piombo interiore che percorre il centro del nostro essere. Questo contatto interiore tra noi e la Terra sotto i nostri piedi rafforza le nostre fondamenta, le nostre radici, e promuove profonde sensazioni di calma e di chiarezza interiore. Questo è ciò che viene spesso chiamato presenza nel teatro e, in verità, si riferisce all'esistenza nell'individuo di un forte e solido centro interiore.

Delle forti fondamenta sono assolutamente necessarie anche per la solidità e permanenza di qualsiasi struttura, e questo vale anche per l'uomo. Una persona senza centro fa parte di una folla, della massa; ma uno che incomincia a contattare il centro del suo essere inizia un lungo viaggio verso l'individualità. Uno che ha sviluppato una base forte, centrata e solida, emana sicurezza e benessere; diventa un'isola in un mare turbolento, una piramide in mezzo ad una tempesta di sabbia.

Quello spazio interiore, sede del nostro centro, è anche la sede dei nostri occhi interiori, parte sottile e sempre presente in noi come un vigile testimone della nostra vita. Quando i nostri occhi interiori e esteriori si fondono, nasce la consapevolezza. E quando portiamo consapevolezza alle nostre azioni, nelle nostre vite, troviamo luce e chiarezza, ciò che chiamo smooth easy being (essere comodamente scorrevole). E per l'attore nel teatro dell'esistenza, smooth easy being gli permette di muoversi senza sforzi in ogni direzione, immergendosi totalmente in qualsiasi situazione, libero dal peso dei modi d'essere inconsci e preconfezionati o dai pattern subconsci comportamentali abitudinari.

Essere nello spazio vuoto.

In questo processo impariamo a sperimentare ciò che chiamo lo spazio vuoto: qualunque spazio abbiamo scelto di riempire con la nostra presenza. Essere nello spazio vuoto significa abitarlo con tutti noi stessi, facendo espandere la circonferenza della nostra consapevolezza fino ad includere tutto lo spazio intero.

Essere nello spazio vuoto ci porta a provare piacere. A provare la gioia di essere nella luce. A godere il calore dell'attenzione che piove addosso da chi ci guarda, e a ringraziarli per il loro dono, attraverso la generosità della nostra piena presenza. Essere lì nella nostra totalità, che è come una fiamma, e condividere questo fuoco con chi desidera unirsi a noi.

Soli nello spazio vuoto

Provare gioia ad essere nello spazio vuoto presto ci porta a rilassarsi in esso, o a essere soli nello spazio vuoto, a proprio agio, come se fossimo soli. Pur rimanendo sensibili a quello che ci circonda, restiamo, comunque, centrati e soli dentro noi stessi... radicati nel nostro essere. In questo spazio vuoto, che sia su un palcoscenico davanti a migliaia di spettatori, su un podio in un'aula davanti ad un centinaio di studenti, in una sala riunione davanti a qualche potenziale cliente, o in una sala da pranzo davanti ad un amico, impariamo a sentire quel sottofondo di calma che pervade le profondità del nostro essere, soli.

Essere soli nello spazio vuoto, crogiolarsi nella luce della nostra stessa presenza. Prendersi il tempo per possedere il proprio spazio e rimanere lì, soli, presenti e totalmente noi stessi davanti agli occhi dello spettatore, che sia uno o mille.

Partire dal punto silenzioso.

Di solito le nostre azioni sono come delle valanghe: partono da piccoli impulsi quasi spensierati basati su meccaniche associazioni mentali che ciecamente aumentano in velocità ed intenti, fino ad arrivare, catturati dall'attrazione della gravità emozionale, a prendere la loro folle corsa verso azioni sconnesse con inaspettate conseguenze per tutti. E quasi tutto nel mondo accade proprio in questa maniera. Nel laboratorio teatrale impariamo ad esplorare le radici stesse delle nostre azioni. Dov'è il confine tra fare e non fare, tra silenzio e suono, tra rabbia e non rabbia? Che passaggio percorre l'energia dal punto di fermo, di neutralità (punto silenzioso), fino alla soglia del movimento, dell'azione, dell'emozione, della risposta fisica, del pensiero?

Entrando in questo laboratorio soggettivo, cerchiamo di sviluppare una lente obiettiva dentro di noi che ci osserva. In questa ricerca dell'osservatore interiore, il pubblico, lo spettatore, gioca un ruolo importante, in quanto è il meccanismo che aiuta nella ricerca dello spettatore interiore, lo spettatore-testimone che risiede proprio lì accanto al punto silenzioso. Come diventare il proprio spettatore, il proprio testimone, per conoscere sé stessi?

Fluire.

Il nostro sforzo all'interno di questo processo è accorciare l'intervallo di tempo che passa tra percezione, pensiero e azione, ed elevare la qualità delle nostre azioni sviluppando l'intuito creativo. Impariamo ad avere fiducia in noi stessi mentre ci tuffiamo ripetutamente in situazioni sconosciute. Trattando con dati esistenziali che cambiano sempre, con mappe mentali e auto-limitazioni, impariamo ad agire e sopravvivere, danzando attraverso tutte le avversità grazie ad una crescente fonte creativa che ci guida intuitivamente fuori da ogni tempesta.

Qui facciamo un salto nell'ignoto sapendo che, accada quel che accada, la soluzione giusta apparirà al momento giusto.


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