Il mio approccio al teatro è olistico. Il teatro ha l'obbligo di
creare spazi-laboratori-templi dove l'essere umano viene svelato a se stesso.
Ha il compito di cercare i segreti della condizione umana, e di
scoprire i tratti da far percorrere alla collettività che lo circonda, allo spettatore,
all'altro. L'artista è colui che si sente chiamato a condividere il proprio viaggio
interiore, ed è in continua ricerca di quello specchio che gli permetta di trasportare il
macrocosmo nel microcosmo. L'artista è lo speleologo dell'essere... esiste in ognuno di
noi ed è nostro sacro dovere cercare di svegliarlo e di farlo vivere. Poter esprimere
liberamente i segreti che sono dentro di noi significa portare alla luce l'uomo nella sua
multi-dimensionalità, rompendo le barriere che ci tengono separati l'uno dall'altro...
che ci tengono separati da noi stessi.
Cerco un teatro essenziale. Un teatro che esca dal salotto, un
teatro che scenda dagli scaffali polverosi dell'intelletto, un teatro che connetta di
nuovo, ed in maniera olistica, con lo spettatore, un teatro catalizzatore di un processo
profondo di consapevolezza e di trasformazione. Il teatro è il laboratorio della nostra
esistenza, dove essa viene vista, vissuta, esplorata, ricercata, analizzata, sezionata,
sperimentata, esorcizzata, ipotizzata, curata, trascesa, sofferta, gioita, comicizzata,
sacralizzata, discacralizzata, mistificata, demonizzata, festeggiata, teorizzata, amata,
odiata, meditata, celebrata e trasformata.
Cerco un teatro in cui l'attore non rappresenti più un ruolo, ma
percorra un processo vivo, coinvolto in una vera ricerca, come nel caso di un tuffatore
quando si lancia dal trampolino: la verità della sua caduta libera è indiscutibile ed
onnipresente, e rende ogni sua contorsione acrobatica stupefacente, che ci lascia a
mozzafiato.
Cerco un teatro con un significato che vada oltre al solito
solletichio mentale/emozionale del teatro d'oggi, così pieno di parole e gestualità ma
così scarno di vissuto e di vero.
Non a caso il teatro oggi è così poco seguito.
Nell'antica Grecia l'intera comunità si radunava nell'anfiteatro
poco prima dell'alba. Si portavano da bere, da mangiare, e con i primi raggi di luce
iniziavano gli spettacoli che andavano avanti fino al calar del sole. Durante l'arco della
giornata gli spettatori vivevano un susseguirsi di stati d'anima: venivano trasportati
dalle tragedie con i profondi rimorsi, le paure, le tristezze, i terrori, le
mistificazioni davanti ai misteri dell'esistenza, con le tensioni esistenziali davanti
alle leggi degli dei contrapposte alle esigenze umane; ridevano con le commedie, per le
comiche tensioni esistenziali vissute dal povero uomo davanti alle leggi assurde e
contraddittorie degli dei che si prendevano gioco di lui, o per le fissazioni
psicologiche, psicosomatiche, psicotiche: attraverso le situazioni più disparate,
ridicole, paradossali, alla fine, come davanti ad un grande specchio, lo spettatore si
ricordava che, in verità, egli ride di se stesso; si divertivano con le satire, che
analizzavano con occhi critici e dissacratori le problematiche sociali, le leggi, le
amministrazioni, i personaggi di potere, di spicco, le varie correnti filosofiche, i
pettegolezzi mondani.
Poi, il culmine di tutta la giornata era la catharsis collettiva: le
tensioni maturate, le emozioni esposte, vissute insieme agli attori, lasciavano il posto
alle lacrime, alle risate, ai sospiri, creando un momento di purificazione e di grande
pulizia interiore, dove l'uomo faceva pace con se stesso, con l'esistenza, e con il buio
ignoto oltre l'orizzonte.
Il teatro deve tornare ad essere il tempio-laboratorio della
collettività. Deve essere uno strumento di invocazione per portare alla luce le forze
nascoste che giocano con le nostre vite, che risiedono alla base dei nostri giochi
psicologici, che tingono la realtà attorno a noi facendoci vedere il su per il giù ed il
bianco per il nero, che rendono misterioso l'uomo alla donna e la donna all'uomo, che ci
fanno commettere gli stessi errori ripetutamente, o credere di essere meglio o diversi dal
nostro vicino, che ci fanno essere ciechi verso noi stessi, o credere di essere nel
giusto... queste forze nascoste dell'era che fu spariranno come tante ombre, rendendo l'
uomo libero di entrare finalmente nell' Età dell'Acquario.
Qualche appunto riguardo il training dell'artista
teatrale.
Qui troverete in sintesi qualche tappa riguardo al training
dell'attore che farà parte del programma della Scuola di Teatro all'Istituto d'Arte e
Creatività, al Villaggio Globale di Bagni di Lucca.
Cercare il centro. La Piramide.
Sviluppiamo una percezione chiara e concreta del punto centrale
dentro di noi che resta sempre in contatto ed in equilibrio con l'attrazione
gravitazionale terrestre. Mentre il nostro corpo si muove attraverso lo spazio, diventiamo
sempre più consapevoli di un filo a piombo interiore che percorre il centro del nostro
essere. Questo contatto interiore tra noi e la Terra sotto i nostri piedi rafforza le
nostre fondamenta, le nostre radici, e promuove profonde sensazioni di calma e di
chiarezza interiore. Questo è ciò che viene spesso chiamato presenza nel teatro e, in
verità, si riferisce all'esistenza nell'individuo di un forte e solido centro interiore.
Delle forti fondamenta sono assolutamente necessarie anche per la
solidità e permanenza di qualsiasi struttura, e questo vale anche per l'uomo. Una persona
senza centro fa parte di una folla, della massa; ma uno che incomincia a contattare il
centro del suo essere inizia un lungo viaggio verso l'individualità. Uno che ha
sviluppato una base forte, centrata e solida, emana sicurezza e benessere; diventa
un'isola in un mare turbolento, una piramide in mezzo ad una tempesta di sabbia.
Quello spazio interiore, sede del nostro centro, è anche la sede
dei nostri occhi interiori, parte sottile e sempre presente in noi come un vigile
testimone della nostra vita. Quando i nostri occhi interiori e esteriori si fondono, nasce
la consapevolezza. E quando portiamo consapevolezza alle nostre azioni, nelle nostre vite,
troviamo luce e chiarezza, ciò che chiamo smooth easy being (essere comodamente
scorrevole). E per l'attore nel teatro dell'esistenza, smooth easy being gli permette di
muoversi senza sforzi in ogni direzione, immergendosi totalmente in qualsiasi situazione,
libero dal peso dei modi d'essere inconsci e preconfezionati o dai pattern subconsci
comportamentali abitudinari.
Essere nello spazio vuoto.
In questo processo impariamo a sperimentare ciò che chiamo lo
spazio vuoto: qualunque spazio abbiamo scelto di riempire con la nostra presenza. Essere
nello spazio vuoto significa abitarlo con tutti noi stessi, facendo espandere la
circonferenza della nostra consapevolezza fino ad includere tutto lo spazio intero.
Essere nello spazio vuoto ci porta a provare piacere. A provare la
gioia di essere nella luce. A godere il calore dell'attenzione che piove addosso da chi ci
guarda, e a ringraziarli per il loro dono, attraverso la generosità della nostra piena
presenza. Essere lì nella nostra totalità, che è come una fiamma, e condividere questo
fuoco con chi desidera unirsi a noi.
Soli nello spazio vuoto
Provare gioia ad essere nello spazio vuoto presto ci porta a
rilassarsi in esso, o a essere soli nello spazio vuoto, a proprio agio, come se fossimo
soli. Pur rimanendo sensibili a quello che ci circonda, restiamo, comunque, centrati e
soli dentro noi stessi... radicati nel nostro essere. In questo spazio vuoto, che sia su
un palcoscenico davanti a migliaia di spettatori, su un podio in un'aula davanti ad un
centinaio di studenti, in una sala riunione davanti a qualche potenziale cliente, o in una
sala da pranzo davanti ad un amico, impariamo a sentire quel sottofondo di calma che
pervade le profondità del nostro essere, soli.
Essere soli nello spazio vuoto, crogiolarsi nella luce della nostra
stessa presenza. Prendersi il tempo per possedere il proprio spazio e rimanere lì, soli,
presenti e totalmente noi stessi davanti agli occhi dello spettatore, che sia uno o mille.
Partire dal punto silenzioso.
Di solito le nostre azioni sono come delle valanghe: partono da
piccoli impulsi quasi spensierati basati su meccaniche associazioni mentali che ciecamente
aumentano in velocità ed intenti, fino ad arrivare, catturati dall'attrazione della
gravità emozionale, a prendere la loro folle corsa verso azioni sconnesse con inaspettate
conseguenze per tutti. E quasi tutto nel mondo accade proprio in questa maniera. Nel
laboratorio teatrale impariamo ad esplorare le radici stesse delle nostre azioni. Dov'è
il confine tra fare e non fare, tra silenzio e suono, tra rabbia e non rabbia? Che
passaggio percorre l'energia dal punto di fermo, di neutralità (punto silenzioso), fino
alla soglia del movimento, dell'azione, dell'emozione, della risposta fisica, del
pensiero?
Entrando in questo laboratorio soggettivo, cerchiamo di sviluppare
una lente obiettiva dentro di noi che ci osserva. In questa ricerca dell'osservatore
interiore, il pubblico, lo spettatore, gioca un ruolo importante, in quanto è il
meccanismo che aiuta nella ricerca dello spettatore interiore, lo spettatore-testimone che
risiede proprio lì accanto al punto silenzioso. Come diventare il proprio spettatore, il
proprio testimone, per conoscere sé stessi?
Fluire.
Il nostro sforzo all'interno di questo processo è accorciare
l'intervallo di tempo che passa tra percezione, pensiero e azione, ed elevare la qualità
delle nostre azioni sviluppando l'intuito creativo. Impariamo ad avere fiducia in noi
stessi mentre ci tuffiamo ripetutamente in situazioni sconosciute. Trattando con dati
esistenziali che cambiano sempre, con mappe mentali e auto-limitazioni, impariamo ad agire
e sopravvivere, danzando attraverso tutte le avversità grazie ad una crescente fonte
creativa che ci guida intuitivamente fuori da ogni tempesta.
Qui facciamo un salto nell'ignoto sapendo che, accada quel che
accada, la soluzione giusta apparirà al momento giusto.